“Ventanni dopo che Linus Torvalds ha sviluppato il kernel del suo famoso sistema operativo, la battaglia tra Linux e Microsoft è finita e Linux ha vinto“. A dichiararlo è il presidente della Linux Foundation Jim Zemelin.
“Con l’unica eccezione dei computer desktop – continua Zemelin – Linux ha superato Microsoft in quasi tutti i mercati, compresi i server e il mobile“. “Penso che non ci interessi più (Microsoft, ndr) – conclude -. E’ stato il nostro grande rivale, ma adesso sarebbe come sparare sulla Croce Rossa”.
Forse è il caso di precisare che, a prescindere da come la pensiate sulla guerra tra Linux e Microsoft, da Android a Amazon Kindle, passando per Maemo, la maggior parte dei dispositivi mobili in circolazione gira su software basati su Linux, così come i maggiori siti del web e la maggior parte dei supercomputer. Ed è un traguardo notevole che la comunità di appassionati e sviluppatori di Open Source può festeggiare insieme al 20esimo anniversario della nascita di Linux.
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La principale rivoluzione che i social network – nuovi forum virtuali, piazze democratiche ed a volte anarchiche – hanno generato non sempre viene colta da chi, in modo ingenuo, pensa siano semplici mezzi di comunicazione di massa. Non siamo più, infatti, di fronte a canali comunicativi a senso unico, ma ci troviamo ad interagire in sistemi complessi, ridondanti e trasparenti. I social network di internet sono realtà oggettive ed in questo senso assumono un ruolo economico e culturale su più livelli. Alla base di questo assunto credo debba quindi porsi il problema fondamentale di non approcciarsi a questi sistemi in modo aggressivo o autoritario; un eccesso di manipolazione o di controllo – peraltro difficile da realizzare senza snaturare queste realtà – rischia di minare la genuina finalità relazionale, distruggendo contemporaneamente anche il valore economico proprio di queste realtà.
Siamo nella parte centro-meridionale del Nevada (U.S.A.), per essere precisi nel deserto: in una zona chiamata “Dreamland” (=“Terra di sogno”, secondo il codice di chiamata radio della base di Nellis), “Watertown” (= “Città dell’ acqua”), “Skunkworks” (=“Officine sporche”), “The Ranch” (= “La fattoria”) o, più notoriamente, AREA 51 (denominazione della base quando, prima del 1994, ancora appariva sulle carte topografiche ufficiali). Pensate che l’ area si estende per circa 26’000 Km quadrati! Per meglio definire dove ci troviamo possiamo prendere dei punti di riferimento abbastanza noi: prima di tutto Las Vegas (1° punto), rispetto a questo paradiso del gioco d’azzardo ci troviamo a 120 miglia (circa 190 Km) a Nord-Ovest, ai margini del letto prosciugato del Groom Lake (2° punto), a tre passi dall’Emigrant Valley. Poi, sulla strada che poi prosegue verso Tonopah, c’ è Rachel (3° punto), un paesino sperduto nel mezzo del deserto ma reso di grande importanza da “Little A Je’ Inn”, una birreria di proprietà di Pat e John Tmvis in cui si ritrovano molti ufologi ed appassionati. Beh, Rachel è così vicino all’area da poterci comodamente arrivare a piedi…
NOTA: Soltanto 16 Km a Sud del complesso dell’ Area 51 (vicino al Papoos Lake) ne troviamo un’altro ancora più segreto: l’Area S4. Quindi, se volessimo andare a vedere l’area dal vivo: “Come ci arriviamo?”
Raggiungere i confini di Dreamland non è assolutamente un problema: è sufficiente seguire la statale 375 (parallela alle Groom Mountains dalle quali nel 1984 l’USAF sequestrò illegalmente ben 89’600 acri di suolo pubblico, tanto per limitare l’osservazione degli appassionati; poi il Congresso ha deciso che anche quell’area era sotto la tutela dei militari…) della contea di Lincon e guardarsi bene intorno… A circa 35 Km a Sud di Rachel dovreste trovare una casella postale nera ed, immediatamente dopo di essa, una strada sterrata che vi porterà fino all’ ingresso principale del complesso.
Ma non crediate di arrivarci così comodamente! L’intera zona è off-limits: aspettatevi telecamere, vari tipi di sensori , recinzioni , pattuglie reclutate tra i ranghi dei berretti verdi ed incursioni dei SEAL della Marina (addestrati dalle unità di élite Delta Force), ecc… O, secondo altre testimonianze: elicotteri neri privi di segni di riconoscimento e militari (anch’essi non identificabili) che saranno ben lieti di distruggere macchine fotografiche, telecamere e quant’altro e rispedirvi da dove siete venuti. Tony Pelham, uno dei tanti giornalisti che, incuriositi dalle strane voci sull’Area 51, vi si è recato di nascosto, sperando di scoprire la verità, racconta: “Il deserto laggiù è pieno di militari in tuta mimetica, portano degli M16 e non hanno alcun cartellino di riconoscimento. Non sono dell’Aeronautica, non sono dell’Esercito, non hanno alcun genere di distintivo. E c’è mancato davvero poco che non mi arrestassero, una o due volte. Ho sentito le più strane teorie riguardo a questi uomini. Ma loro sfidavano me ed io sfidavo loro. Quando si avvicinavano e mi chiedevano: “Cosa stai facendo qui?” io rispondevo: “Cosa state facendo voi qui, questo è territorio libero!”









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